Il basso senza una mano


  Sono un basso senza una mano incredibilmente bravo. 
Non lo dico io, ma lo urlano gli altri: bravo!
Sono un basso che impugna con la sua unica mano sinistra un Yamaha RBX6JM nero con rifiniture in oro zecchino.
Sono un basso assurdo ma verosimile.
In realtà non sono un basso straordinario ma sono solo un uomo senza una mano che ci crede talmente tanto da poterlo essere sul serio, bravo.
C’è un preciso istante in cui tutto diventa possibile ed è in quel momento che ci riesco veramente, appena tocco il manico, una strana energia mi attraversa tutto il corpo e poi si concentra sulla mia mano sinistra.
Veloce, arriva in quella parte estrema che è ancora fredda, tocco con le mie dita la prima chiavetta, la corda è già pronta a vibrare, allora sento che tutto è possibile e posso farcela, ancora una volta.
No, le luci non sono ancora del tutto accese, c’è solo una leggera penombra che mi illumina e dà luce anche alla mia mano, da basso.
Allora, prima di fare ogni altra cosa, come sempre allungo il braccio e prendo la mia Peroni Gran Riserva, la tiro su e bevo direttamente dalla bottiglia, sì mi faccio una cazzo di birra bella fresca che mi aiuta a farmi uscire le note, mi vengono da dentro, hai capito bene, io le note le rutto per tutta la notte.
Hai appena riso!?
Anche no.
Ovviamente ti stai ancora chiedendo come faccio a suonare con una mano sola, ma se fossi in te mi chiederei come faccio realmente a ruttare note per tutto il concerto.
Insomma, sono un basso con una sola mano e per giunta quella sinistra che emette note direttamente dal suo esofago.
Sono un X-man, ma non perché sono un monco ruttatore musicale, lo sono perchè faccio ancora di più, faccio sognare la gente.
Ho un grande dono: suono il basso.
Quando inizia il concerto con la mia mano sinistra riesco a sollevare la gente verso l’alto. Vedo le persone prima stare ferme ad osservarmi a cercare di capire come funziona la mia unica mano ma è per poco tempo perché subito dopo iniziano a muoversi sopra le sedie, a destra, a sinistra, prima le teste, un pochino, poi le spalle, i fianchi, abbasso lo sguardo per seguire le note e appena rialzati gli occhi, anche le gambe, le vedo ballare.
Suono di solito per circa due ore,  piene di adrenalina, con una pausa verso il centro, il centro di me, proprio nel cuore.
Sul palco siamo in quattro: basso, batteria, piano e chitarra con voce.
Facciamo soul, rock, jazz anche del blues con inserti di funky.
Ora tu forse ti stai chiedendo se anche agli altri manca qualcosa, se anche loro sono un po’ particolari.
E forse stai pensando che se io rutto note di sicuro un altro di noi qualcosa la fa da dietro.
E se ti dicessi di sì, che il batterista è cieco, il pianista è zoppo, ma questo forse vale di meno e che il tipo che suona la chitarra e canta non ha la bocca, e la voce gli esce dal culo, ci crederesti?
E quindi sì, ti dico di sì, siamo tutti un po’ particolari, siamo tutti dotati noi facciamo musica, ma  tranquillo, solo io sono un singlehand e ti svelo un segreto: ruttare le note è una metafora, come dici? Lo avevi capito?
Allora posso dirti di più, posso dirti di tutto il concerto.
Posso dirti anche di quando vado avanti a suonare con la band per tutta la notte.
Posso dirti anche di quando la nostra musica diventa parte di me, quella parte che mi manca e poi subito dopo mi entra dentro, mi va dritta nel mio centro, e così batto il tempo con le mie corde, le sento vibrare e le onde dei miei pensieri vanno a riempire tutto quello che manca, tutto quello che non c’è.
Posso dirti di quando non so più nemmeno se sono io a suonare o è il mio basso nero e dorato.
Insomma posso dirti di quando…
… di quando mi dimentico di avere una sola mano e sono semplicemente un basso che è incredibilmente bravo dopo una birra bella ghiacciata.




Racconto  semiserio surreale di Andrea Alessio Cavarretta
dedicato a Daniele Volpi
e a tutti gli altri componenti della Notwon Blues Band: Marco Olivieri, Gianluca Fiocco, Stefano Nasi.
 



La foto  a corredo del racconto è di Massimo Righetti (MasRig Image)    


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